Mi presento, sono Milena Manservisi. Sono nata nel 1938 nella stessa casa dove vivo tutt’ora. Davanti a casa nostra passava il treno, per il lavoro di mio padre avevamo un cortile enorme che confinava con la stazione. Nel 1944 in piena guerra mondiale, la scuola era occupata dai tedeschi. I miei genitori, non volendo farmi perdere l’anno, con sacrificio chiesero alla figlia del capostazione studentessa alle magistrali di darmi delle lezioni. Finita finalmente la guerra, il primo ottobre 1945 fui iscritta alla 2° classe. L’edificio rimesso in funzione alla bella e meglio dato che i tempi critici. Allora eravamo tutti poveri e tutti uguali, ma felici avercela fatta. La scuola era freddissima, i termosifoni non funzionavano per mancanza di carbone. Le aule venivano riscaldate da delle stufette ricavate da dei bidoncini vuoti di olio e conserva, il tubo del fumo usciva da un foro fatto nel vetro della finestra. Queste stufette le chiamavano (Ninazen) cioè maialini. Naturalmente la legna scarseggiava. Il primo inverno dopo la guerra fu freddissimo. Noi ragazzini nella cartella (Sacoza) avevamo 2 quaderni, una cannetta, una matita, un pennino e un pezzo di legna per alimentare la stufa. Mansione che facevamo a turno. Avevamo tutti i geloni compresa la maestra. I banchi erano delle assi su due cavalletti grezze, le schegge di legno strappavano il grembiule nuovo con disperazione di mia madre. Quelli doppi nuovi arrivarono dopo un bel po’ di tempo. In seconda eravamo in tanti, perché vennero raggruppati tutti i ragazzi che non avevano potuto frequentare. A metà anno scolastico ci divisero e venne fatta una terza 2°. Io iniziai con la maestra signora Blarasin e finii con la signora Mancinelli Scotti. A fine anno mi diedero due pagelle. Il bidello signor Manservisi, padre della maestra signora Doranda, veniva in classe con un fiasco impagliato a riempire i calamai di inchiostro e brontolava perché ne consumavamo troppo. La vera tragedia era che se ti cadeva la cannetta, il pennino si spuntava e non si riusciva più a scrivere. I soldi scarseggiavano anzi non c’erano proprio. La mia mamma era di manica molto stretta, quando arrivò la moda del pennino a forma di manina, allora una grande novità, torturai mia madre fino allo sfinimento perché me lo comprasse. Vorrei scrivere due righe per onorare gli insegnanti di allora, dei veri eroi. Per loro l’insegnamento era veramente una missione. Quasi tutti abitavano in città, venivano da Bologna con il trenino che si fermava a tutte le stazioni e impiegavano un’infinità di tempo. Partivamo all’alba per essere puntuali alle otto in classe. Un plauso particolare alla mia insegnante Maria Tomesani Galvani, una persona straordinaria. Tutto sommato la classe 1938 se l’è cavata abbastanza bene. Abbiamo imparato tutti a leggere, scrivere e far di conto come si diceva una volta! Non sono una vecchia nostalgica del passato. Sto al passo coi tempi. La scuola di allora non era perfetta, anzi a volte si rivelava crudele e spietata. Una cosa però ci ha insegnato, oltre leggere e scrivere, chi ha insegnato la disciplina, il senso del dovere, il rispetto verso gli altri, l’orgoglio e l’amore per la nostra patria. Credo non siano cose da poco. - - (Una ex alunna di ottantatré anni. Ritornata per un attimo bambina e orgogliosa di questo bellissimo palazzo). - - Castello d’Argile, aprile 2021